giovedì 8 settembre 2016

Victor - La Storia Segreta Del Dottor Frankenstein (2015)

victor la storia segreta del dottor frankenstein; daniel radcliffe; james mcavoy
“Victor: La Storia Segreta del Dottor Frankenstein” appartiene a quella schiera di filmaz sciapi che mi lascia svuotata e mi porta a chiedermi perché mi sia mai interessato il cinema. È quel tipo di film piatto e sostanzialmente inutile in grado di annullare tutto ciò che di bello si sia visto prima.
Non so perché, ma i film insulsi mi fanno questo effetto e il peggior difetto di “Victor” è proprio quello di non avere sapore. È brutto ma non eccezionalmente brutto, eppure è troppo inconcludente e noioso per poter diventare il filmetto leggero di una serata poco impegnativa.

È l’ennesimo tentativo fallimentare di fare un film su Frankenstein, ormai girato e voltato in tutte le salse con risultati poco convincenti. (Esclusi i grandi classici, ovviamente)
Ecco, questa pellicola può trovare una sua utilità diventando un monito: smettete di realizzare film su Frankenstein! 


i frankenstein, van helsing, frankenstein di mary shelley
No.
Cercherò di farla breve procedendo per punti: cosa c’è di bello in questo film?
La fotografia, le musiche, gli espedienti grafico-anatomici. Se si potesse convertire quest’opera in una serie di immagini, tipo fotoromanzo, forse si salverebbe, perché visivamente è davvero molto godibile.
Anche l’idea di raccontare la storia dal punto di vista di Igor è innovativa, ma non basta.
Cosa c’è di brutto? Beh… ho promesso che l’avrei fatta breve e io mantengo sempre le promesse!
Innanzitutto è un film troppo verboso, una specie di spiegone continuo sulle malattie, sulle intenzioni del professore, su come si crea un mostro, sul fatto che Frankenstein è ateo.
È come se scoprissimo la trama non vedendo quel che succede ma attraverso le parole dei personaggi, che non spiegano le vicende ma addirittura le anticipano! Un auto-spoiler continuo!
Battute a parte, questo continuo parlare e sviscerare i dettagli delle varie operazioni scientifiche toglie ritmo al film, lo rende pesante, lento. Questa lentezza cerca di essere stemperata da un taglio ironico-ritmato, che cozza non poco con l’atmosfera e il tema del film.
Tra l’altro, ho notato negli ultimi anni questa tendenza ad appioppare dialoghi degni di una sit-com a pellicole “in costume” e mi chiedo se sia una coincidenza o una tecnica riconosciuta o un nuovo genere.
Potrebbero chiamarlo Victorian-com. Beh, fatemi sapere.

Neanche la successione degli eventi è gestita benissimo: la prima ora e mezza è un susseguirsi di ostacoli che si frappongono tra l’allucinato dottor Frankenstein e la creazione del suo “mostro”.
Tuttavia colleghi che gli danno del pazzo, poliziotti moralisti che lo tampinano ed esperimenti mal riusciti non lo fermeranno: finalmente riesce a dare vita a questa enorme creatura, nella quale in qualche modo rivede il fratello morto e…
E niente, una volta creato ‘sto mostro, il dottore ci mette 30 secondi netti a decidere che è “cattivo” e a passare subito alla missione successiva: ucciderlo.
Sì, avete guardato un’ora e mezza di film con lui che cerca di creare il mostro e dopo mezzo minuto vuole ucciderlo.
Sì, non è niente di nuovo, lo sapevamo che la trama era questa ma si poteva rendere in maniera decisamente più accattivante e senza dare l’impressione di aver pensato: “sta per finire il film e siamo ancora qua quindi acceleriamo i tempi”.


james mcavoy, bene ma non benissimo, filmaz, recensione
Bene ma non benissimo

Uno dei temi alla base di questo lavoro è la diatriba religione-scienza: come accennato poco fa Victor Frankenstein, il medico, la scienza, è perseguitato da un poliziotto ultra religioso che vuole incastrarlo essenzialmente perché è religioso e quindi non è d’accordo con l’operato del medico, che sembra voglia sostituirsi a Dio.
Tali concetti durante il film vengono ripetuti giusto una decina di volte: d’altronde l’antagonismo tra religiosità e progresso scientifico è un tasto che non viene mai toccato e che nessuno aveva mai sentito nominare prima, quindi era giusto ribadirlo spesso.

Ah già, e Igor? Igor è pettinato come Robert Smith e lavora in un circo dove tutti lo considerano un fenomeno da baraccone per via della gobba, ma in realtà è molto intelligente e si interessa di anatomia e medicina.
Una sera il dottor Frankenstein si trova proprio al circo e viene a conoscenza del talento medico di Igor: lo salva dalla situazione e lo prende sotto la sua ala. In 3 secondi capisce che la gobba non è una gobba ma una specie di ascesso gigante e glielo toglie, dando vita ad una delle scene più ripugnanti dell’intero film. 

daniel radcliffe, james mcavoy, ascesso, gobba
Ma bleah

Capiremo in seguito che, anche se Victor dichiara sempre una certa stima per l’amico (anche questa ripetuta circa una ventina di volte), che a tratti sembra quasi amore, il suo ego smisurato lo porta comunque a considerarlo la sua prima grande “creazione”.
Al di là dell’incipit in cui la fa da padrone, Igor ha sempre l’aria stupita e sembra appena piombato sul set, con un’espressione da “Cosa ci faccio io qui?” che tutto sommato non mi sento di biasimare. 

i have no idea what i'm doing, daniel radcliffe, recensione
I have no idea what I'm doing
Per il resto ama una trapezista del circo, un dato che oltre a fornirgli l’occasione di conoscere il medico a inizio film non ha nessuna incidenza sulla trama e rimane sempre un sottofondo confuso con poche scene sporadiche giusto per poter dire che c’era anche l’elemento romantico.


Detto questo mi sento di ripetere l’appello iniziale: basta coi film su Frankenstein!

P.S. Per la stampa: basta distribuire l'aggettivo "steampunk" a qualsiasi cosa in cui compaia un ingranaggio.

lunedì 11 aprile 2016

I 13 Spettri (2001)

i 13 spettri, horror, film, fantasmi
C’è una cosa che io devo smettere di fare, che è quella di dirmi: “Beh stasera sono proprio stanca, quasi quasi mi guardo un film horror leggero e vado a dormire”. Eh sì, perché la mia concezione di film horror leggero coincide con quelli che generalmente sono film horror belli se hai 15 anni e tutto quello che vuoi vedere è sangue e gente che muore. Di solito ammantiamo questi film di ricordi, di nostalgia, di un affetto che ci permettono di trovarli piacevoli anche anni dopo. E fin qui tutto bene.

Il problema subentra quando questi film li guardiamo direttamente in età adulta, senza il bagaglio emozionale che ce li fa piacere, e abbiamo anche la presunzione di aspettarci una trama non dico realistica sennò non guarderei un horror, ma almeno credibile all’interno dell’universo “fantasmi”.

Poi è anche peggio se sull’internet leggi pareri entusiastici e vedi gente condividere le foto di quel film come se fosse una pietra miliare e senti di essere l’unica scema a non averlo visto. È chiaro che le aspettative salgono alle stelle, e non mi si può neanche biasimare troppo!

Così approfitto della prima serata utile e guardo “I 13 Spettri”.

Il film comincia e il primo attore che riconosco è Matthew Lillard, che non è certo un campione della recitazione dato che l’unica cosa che fa è strabuzzare gli occhi e stiracchiare la bocca ma con lui ho potuto giocare il fattore Simpatia grazie a “Scream”. In questa pellicola è un sensitivo che lavora per un cacciatore di fantasmi: tuttavia si imbattono in uno spirito troppo potente e il cacciatore, tale Cyrus Kriticos, muore.

i 13 spettri, matthew lillard, horror
Una tipica prova d'attore per Matthew Lillard
Cambio scena e vediamo una famigliola felice appena trasferitasi in una casa da favola: i due figli giocano complici in giardino, i genitori si dicono frasi romantiche… e sfiga vuole che scoppi un incendio e la mamma non ne esca viva.
Siamo a 15 minuti di film, abbiamo già visto uno spettro e 2 morti: la media è buona e proseguo.
A questo punto vediamo la ex famigliola felice a distanza di 6 mesi: il nervosismo è palpabile, hanno perso la mamma\moglie, la casa e tutti i soldi. Nonostante questo possono permettersi una domestica di quelle vecchio stile che vivono a casa 24\7, e già lì dovevo capire che c’era qualcosa che non quadrava.

Lo snodo della trama però è l’arrivo dell’avvocato: scopriamo che il capofamiglia è il nipote del cacciatore di fantasmi, con cui non aveva praticamente mai avuto rapporti ma il defunto ha deciso di recuperare la parentela lasciandogli tutto in eredità, in particolare una casa gigantesca. Ovviamente l’umore sale alle stelle e i 4 vanno a vedere la loro nuova abitazione, che si rivela non molto funzionale visto che le pareti sono totalmente di vetro, con strane scritte, porte invisibili e un’enorme clessidra girevole che li imprigiona sempre più nell’edificio.
Il papà lascia figlia, figlio e babysitter nell’ingresso dicendo le magiche parole
“Non muovetevi da qui” e segue l’avvocato nello studio. Naturalmente salta fuori Matthew Lillard travestito da elettricista, travestimento che durerà 2 minuti perché rivelerà subito di essere un medium e consiglierà a tutti di lasciare la casa.

Nel frattempo figlia, figlio e babysitter hanno iniziato ad esplorare la magione e con un livello di suspence pari a -100 cominciano subito a spuntare fantasmi qua e là.
Gli spiriti sono sicuramente fatti bene dal punto di vista visivo, ognuno ha una sua particolarità e grondano marciume da ogni poro, ma dal lato psicologico\personale sono stati totalmente trascurati.
L’unico tentativo di spiegare come mai ce l’abbiano tanto con chiunque gli capiti a tiro è un
“Queste persone sono morte violentemente”, ma è troppo poco.
“I 13 Spettri” arriva infatti qualche anno dopo “Il Sesto Senso” o “The Others” (tanto per citarne un paio), film che ci hanno abituati a risvolti più profondi di un fantasma arrabbiato perché sì. Lo so, lo so che è un paragone azzardato e forse fuori luogo, ma la sensazione di incompletezza rimane, e peggiorerà.

In un susseguirsi di scene velocissime che riescono lo stesso a sortire l’effetto “Noia Mortale”, succede che:
·         Scopriamo che i fantasmi si possono vedere solo con degli occhialini strategicamente sparsi in ogni stanza della casa
·         Botte su botte da parte degli spettri a chicchessia
·         La babysitter e Matthew Lillard iniziano a provare qualcosa l’uno per l’altra
·         I nostri vengono a sapere che lo zio conservava fantasmi in cantina per non si sa quale motivo
·         Tra i vari spettri c’è anche la mamma morta all’inizio, dunque capiamo che l’incendio non era affatto un incidente

A un certo punto, non so come e non so perché, i due figli vengono legati al centro della mega-clessidra e ricompare lo zio. Lo so che state pensando “Aaah sarà lui il 13esimo spettro” perché l’ho pensato anch’io, e invece no, è proprio vivo-vivo perché lo vedono anche senza occhialini.
In realtà il dottor Kriticos non è un semplice studioso di fantasmi ma ne deve catturare 13 con determinate caratteristiche per poter aprire l’Occhio Infernale. A cosa gli serva aprire l’Inferno non si sa, forse è solo curioso.

i 13 spettri, film, horror, recensione
Ecco dove l'avevo già visto!
Ecco che arriva lo spiegone per bocca dello stesso Cyrus: vuole spingere il nipote a sacrificarsi per i figli poiché gli serve l’ultimo spettro, generato dall’amore incondizionato. 
Per fortuna gli altri 12 spiriti si rivoltano contro di lui e grazie a loro si riesce a salvare capra e cavoli.

Non si salva il film in sé purtroppo, perché l’entrata della famigliola nella casa coincide con l’inizio della Noia per lo spettatore: infatti in realtà non succede niente, ci sono scene di botte a caso, comparse dei fantasmi a caso, inseguimenti a caso, per poi concludersi col finale senza senso. L’apertura dell’inferno tanto per buttarci qualcosa di esoterico che dia tridimensionalità al tutto ma che non viene motivata, così come non trova risposta la domanda: “Sì ok, ma per trovare l’ultimo spettro era necessario ripescare il nipote dimenticato, causare l’incendio, inscenare la morte e l’eredità?”

i 13 spettri, film, horror, mostro, recensione
Buh!

venerdì 25 marzo 2016

The Lobster (2015)

the lobster, film, distopia, colin farrell, rachel weisz
Questa recensione stupisce me per prima, un po’ perché non mettevo mano a questo blog da un sacco di tempo, un po’ perché mi aspettavo che “The Lobster” mi sarebbe piaciuto, un po’ perché non mi sono resa conto di quanto non mi sia piaciuto finché non l’ho raccontato a mia mamma, trovandomi d’accordo col suo “MA CHE BOIATAAAA!”
Ero partita con le migliori intenzioni nei confronti di questo film: prima di tutto perché si può accorpare al genere “Distopia” che tanto amo e lo affronta da un punto di vista insolito, in più il cast è composto da bravi attori (Colin Farrell, Rachel Weisz, Léa Seydoux, Ben Whishaw, John C. Reilly). Non tra i miei preferiti ma di quelli che dovrebbero costitiure una sorta di garanzia (vabbè che se penso a quello che è successo con “The Counselor”...)
E insomma è Mercoledì sera, sono a casa del mio ragazzo, decidiamo di guardare un film e decidiamo per questo.
Comincia e già la fotografia è spettacolare: colori bellissimi, quasi innaturali, un’ambientazione pazzesca (l’Irlanda), inquadrature suggestive. Anche la regia si rivelerà piuttosto interessante, con dei rallenty strategici che associati alle musiche, piuttosto particolari al limite dell’inquietante, creano uno spettacolo audiovisivo che è un piacere sensoriale. Considerate poi che il regista Yorgos Lanthimos è greco, quindi offre un modo di concepire il cinema leggermente diverso da ciò a cui siamo abituati ma pur sempre facilmente fruibile anche per noi. E poi il protagonista dice che vuole venire in vacanza in Italia quindi c’è simpatia.
Veniamo però al dunque: cosa non ha funzionato? La cosa che non ho ancora menzionato, ovvero LA STORIA, che in un film non è un particolare da poco. In QUESTO film, con tutto l’ambaradan di immagini et musica che hanno messo su, una trama deboluccia avrebbe potuto facilmente essere mascherata, per una trama inconsistente il discorso però si fa più difficile.
Ho anche voluto essere buona e concedere il beneficio del dubbio, così ho fatto una breve ricerca per capire se “The Lobster” fosse tratto da qualche libro\racconto di quelli un po’ grottestchi-satirici-allegorici che è difficile trasformare in film ma pare che no, non ci sia neanche questa scusante.
Praticamente ciò che rende distopica la società di “The Lobster” è che è vietato essere single: il che, considerando che oggi (quasi) nessuno ha più voglia di sposarsi e mettere su famiglia, potrebbe apparire abbastanza distopico, però diciamocelo.. come nodo di una trama non ha un gran mordente.
Ricorda un po’ quei pensieri che si fanno da adolescenti quando si critica la gente che si fidanza a caso perché ha paura di stare da sola. Ci sta, l’avremo pensato tutti una volta o l’altra, ma è una “critica” un po’ debole su cui incentrare un intero film.

Torniamo ai nostri single: dal momento che questa condizione è inacettabile, tutti coloro che non hanno un compagno devono entrare in una sorta di clinica in cui incontreranno (si spera) l’anima gemella. Per farlo hanno un tempo limitato, che possono estendere partecipando a delle caccie interne; chi alla fine dei giorni a disposizione non avrà trovato l’altra metà della mela verrà trasformato in un animale.
Per “invogliare” gli uomini a trovare moglie, ogni giorno una cameriera entra nelle loro stanze e gli struscia il sedere contro il pacco, ovviamente senza arrivare al dunque, e a chi osa masturbarsi viene infilata la mano nel tostapane (vabbè..). Non viene invece mostrato il metodo per convincere le donne a sposarsi, e già qui c’è del sessismo e non mi sta bene.
Purtroppo fidanzarsi non è così semplice: gli ospiti della clinica infatti non possono scegliere un partner a caso tanto per salvare la pelle, ma devono avere con lui qualcosa in comune. E con “qualcosa in comune” intendo proprio “qualcosa”, il che apre la porta ad una sequela di cazzate mica da poco: per esempio, vediamo uno dei ragazzi della casa prendere a testate il comodino per farsi sanguinare il naso e riuscire a sposare una ragazza che soffre dello stesso problema (vabbè).
Credete che stia scherzando? Nossignori, è proprio così.
Dopo aver visto una fanciulla zitella venire trasformata in un pony il nostro amico Colin capisce che si fa sul serio e che è ora di sistemarsi: decide di puntare la stronza della situazione, una donna di cui si dice che non provi assolutamente niente di niente, anche se secondo me un po’ di odio sparso qua e là lo provava.
Inizia a corteggiarla e sapete quand’è che lei capisce che sono fatti per stare insieme? Quando finge di soffocarsi e lui, vecchia volpe, non la aiuta (vabbè).
Comincia la loro vita insieme e Farrell inizia a mostrare segni di affettuoso cedimento, così la Stronza mette a punto un piano per testare la sincera stronzaggine di lui.
Cioè gli fa fuori il cane. Sadicamente. E poi glielo racconta nei minimi particolari. Lui abbozza per un po’ ma alla fine non resiste, così lei vuole denunciarlo alla direttrice per aver taroccato il matrimonio e parte l’inseguimento nei corridoi della clinica.
La cameriera strusciona per qualche motivo lo aiuta, così lui tramortisce la Stronza e la porta nella camera delle trasformazioni, poi fugge.
Ecco, la cosa mi era parsa così lunga che credevo il film fosse finito lì, invece scopro che manca un’ora abbondante. Diciamo che se fosse terminato sarebbe stato un film così-così ma che poteva avere senso, almeno avrebbe avuto una storia con un inizio e una fine.
Invece no, continua con dei collegamenti di trama molto poco chiari e a me ancor meno chiari perché facevo fatica a rimanere concentrata per più di 3 minuti di fila, perciò cercherò di farla breve.
Il protagonista si trova in una foresta abitata da persone (forse) fuggite a loro volta dalla clinica, e la cameriera è una loro infiltrata (aaaah, ecco perché l’ha aiutato!).
Ben presto si scoprirà che la società ribelle applica le stesse regole della clinica (caccia compresa) ma, al contrario, qui è assolutamente vietato provare sentimenti amorosi verso qualcuno.
E qua l’allegoria maccheronica l’avrebbe capita anche un bambino: gli estremismi sono sempre brutti (che sono anche d’accordo, però dai.. buttamela lì più sottile).
the lobster, film, distopia, colin farrell, rachel weisz

Naturalmente Colin Farrell si innamora di Rachel Weisz e i due escogitano un codice segreto per non farsi scoprire dagli altri. Per fortuna quando vanno in città devono fare finta di essere sposati, così facendo finta di fare finta pomiciano un po’, finché a casa di Léa Seydoux esagerano e lei s’incazza.


Probabilmente è qui che quest’ultima inizia a sospettare qualcosa e architetta lo scherzone gotico: siccome la cosa in comune di Colin&Rachel non era un’affinità di carattere, non erano le stesse ideologie, non era il fatto che si piacevano e basta bensì il fatto di ESSERE ENTRAMBI MIOPI (vabbè), Léa porta l’amica da un oculista con la scusa di una visita e la fa accecare. Che simpaticona! E qui il problema non è che l’amica bastarda ti abbia accecata a tradimento, ma che ora non avendo più nulla in comune con l’amato non potrete più stare insieme. Da quel momento ho spento il cervello per un po’ finché l’ho riacceso che i due sono in un locale, lui va in bagno, dirige una penna verso l’occhio e taaac! schermo nero e fine del film.
Si sarà accecato per amore? Sarà morto nel tentativo di farlo? Avrà avuto paura e sarà fuggito lasciando lì l’amata non vedente?

Chissà, decidete voi il finale che completa meglio la serie di “VABBE’” di questo film.

giovedì 5 settembre 2013

Paura E Delirio A Las Vegas (1998)

paura e delirio a las vegas, johnny depp, benicio del toro, terry gilliam
Fino ad ora ho sempre scritto, in questo blog, di film mal riusciti, o riusciti a metà, o che non sono piaciuti a nessuno: insomma lavori su cui in fondo era anche facile fare dell'ironia.
Questa volta invece parlerò di un film decisamente meno scontato in questo ambito, anzi uno di quelli che se fermi uno per strada e gli chiedi cosa ne pensa, nel 99% dei casi ne tesserà delle gran lodi.
Questo film èèèè (rullo di tamburi)... “Paura E Delirio A Las Vegas”.

Credo che questo sia un classico caso di “suggestione di massa”: i primi che lo vedono dicono che è bello, allora quelli dopo continuano a dire che è bello, chi lo guarda successivamente ne ha sentito parlare così bene che gli piacerà di sicuro e se anche a qualcuno viene qualche dubbio lo sopprime, pensando “boh, sarò io che non ho capito niente” e si autoconvince che gli piaccia.
Il punto è che fondamentalmente non c'è niente da capire: ok, è un film di Terry Gilliam, ok ci recitano Johnny Depp e Benicio del Toro, ok parla di droga il che fa sempre tanto alternativo, ma ciò non toglie che sia un film stupido, inutile.
Non starò a fare la recensione vera e propria perché tanto è un film che conoscete tutti, mi limiterò a riportare i motivi per cui non sono riuscita ad apprezzarlo:

1 – Sfatiamo il mito: questo film NON fa ridere. Generalmente quando parlo con le persone delle mie perplessità sull'utilità di “Paura e Delirio...” mi rispondono che a loro è piaciuto perché l'hanno trovato divertente. Ora, quali sarebbero le parti divertenti? La scena in cui vanno al raduno anti-droga e si rendono conto di rispecchiare le caratteristiche citate dall'oratore? Wow. D'altronde è un film su due tossici, non me lo sarei mai aspettato... O la scena in cui Johnny Depp in preda ai fumi di non so cosa vede le persone come dinosauri? Ri-wow. O quando Gonzo fa quella telefonata assurda a Lucy per sbarazzarsi di lei? Sì ok, dice un sacco di cose senza senso ma questo non significa per forza che sia divertente. Il fatto è che se volete sentire storie di fattoni che fanno cose stupide vi basta entrare in una discoteca qualsiasi e parlare con qualcuno, di solito è sempre pieno di gente che non vede l'ora di raccontare le proprie prodezze di quando si sono ubriacati o si sono calati qualcosa.

2 - La famosissima bestemmia: come tutti sappiamo generalmente nei film si possono trovare parolacce a profusione, ma le bestemmie sono una rarità e sono pochissimi i film in cui compaiono.
Anche qui però vale lo stesso discorso di cui sopra: se volete sentire una bestemmia vi basta uscire di casa e parlare con qualcuno, non c'è bisogno di sciropparsi questo film. Che poi anche se fosse, non è che una frase possa reggere un intero lungometraggio, oltre al fatto che ormai le blasfemie sono state talmente sdoganate che non fanno più effetto a nessuno.

3- Johnny Depp: già, qui nemmeno Johnny Depp mi ha convinto. E non perché siano riusciti a farlo sembrare orrendo, ma perché “recita” in un modo a dir poco irritante. Tutto quello che fa è sollevare le sopracciglia, socchiudere gli occhi e abbassare la bocca, probabilmente è la sua faccia buffa standard. Ho notato comunque che di solito fa quel tipo di espressione quando non è molto convinto di un personaggio e non si impegna a recitare bene... dillo Johnny che sto film faceva pena anche a te :D

4- La voce narrante fuori campo: la voce narrante fuori campo che naturalmente racconta gli avvenimenti in modo super figo da vero ganzo. Mi irrita e mi distrae. Tu ti guardi il film e sopra c'è sta voce che parla, quasi sempre in modo iper veloce che non riesci a concentrati su quello che dice ma allo stesso tempo ti distrae da quello che vedi. Per fortuna ogni tanto non parlava.

5- La droga: ebbene qui lo dico e qui lo confermo, a me dei film incentrati sulla droga non me ne può fregar di meno. Per lo meno non quando l'argomento è affrontato in maniera ridicola e da ragazzini alle prese col primo spinello come in questo caso. Se prendiamo una storia come “Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino” il discorso cambia radicalmente: anche in quel caso la tossicodipendenza è il motore propulsore degli avvenimenti, ma almeno appunto succede qualcosa, c'è un'evoluzione nei personaggi, il discorso è trattato in maniera realistica. O prendiamo “Trainspotting”, che già viaggia più sull'assurdo: anche in quel caso trovo la prima metà di film irritante, per gli stessi motivi di questo, ma poi la musica cambia, il tutto diventa più credibile, i protagonisti si evolvono, le dinamiche tra di loro anche ecc.
E' anche vero che “Paura E Delirio A Las Vegas” si svolge nell'arco di pochi giorni quindi è improbabile che le persone vivano dei gran stravolgimenti, ma qui si torna all'inutilità del film: se non deve succedere niente, tanto vale non cominciare neanche.

Per me questo è un film profondamente antipatico, autoreferenziale, sembra quasi sia stato realizzato per mostrare tutta l'alternatività e la trasgressione intrinseca di regista, attori e compagnia bella. “Facciamo un film su due drogati felici di esserlo così siamo scorretti e cattivi”: peccato che a cercare di sembrare cattivi a tutti i costi si finisca poi per scadere nel ridicolo.

Ultimo appunto: ho provato anche a considerare “Paura e delirio” da un altro punto di vista, tenendo conto del fatto che la storia è ambientata nel 1971, periodo quindi in cui gli hippy sognavano di cambiare il mondo con la loro filosofia libertina e permissiva, in cui ancora non si conoscevano gli effetti devastanti delle nuove sostanze eccetera. Questo giustificherebbe quindi l'approccio così allegrotto di Duke e Gonzo e renderebbe tutto il film meno antipatico: vuole solo mostrarci le avventure di due ragazzi dell'epoca e di quello che avrebbero potuto combinare.
Bene, il film non è più odioso e trasgressive-wannabe, ma un problema rimane: annoia comunque.
Alla fine appare persino una riflessione interessante, ovvero Duke viene preso da una certa amarezza nel rendersi conto che in effetti i giovani dell'epoca non sono riusciti a migliorare poi molte cose, solo che 3 minuti convincenti dopo un'ora e mezza di nulla non sono abbastanza.

domenica 1 settembre 2013

Blood Creek (2009)

blood creek, horror, film, recensione
“Blood Creek” è un film talmente ridicolo che onestamente non so neanche se abbia senso parlarne qui. Intendo dire che penso (e spero) che nessuno gli abbia mai dato veramente così credito da stupirsi per quello che dirò; in realtà non so neanche io perché l'ho guardato, considerato oltretutto che il binomio “nazisti e zombie” non mi ha mai attirato e ha una credibilità pari a zero.
Forse è stata la presenza di Fassbender a trarmi in inganno, forse il fatto che Joel Schumacher abbia fatto alcuni film che mi sono piaciuti molto (vedi “Lost Boys”, “Number 23” e pure i Batman, tiè!), e quindi ho voluto dare una chance anche a questo: fatto sta che ormai l'ho visto, e come ho sofferto io dovete soffrire anche voi.
La storia di base è molto semplice: siamo nel 1935 (periodo della Seconda Guerra Mondiale per quelli che in storia andavano male) e Hitler & company credono che ricorrere alla magia nera permetterà loro di vincere e regnare forever & ever. Non ho idea se questa sia un'invenzione del regista o se davvero lo pensassero, ma mi auguro per loro di no. Comunque i nazisti mandano dei loro uomini a soggiornare presso delle famiglie americane di origine tedesca nelle cui fattorie sono state ritrovate delle pietre incise con rune che a quanto pare servono a compiere i rituali necessari.
Sembra una cazzata colossale eh? Ed è solo l'inizio!

blood creek, nazismo, nazizombie, film, horror
Nazismo & Magia Nera

A quel punto c'è uno stacco e arriviamo ai giorni nostri: vediamo la vita quotidiana di Evan, un giovane uomo che si intuisce aver perso il fratello (tornato come un eroe dalla guerra in Iraq) durante una banale pesca al lago in compagnia, due anni prima. Se non che il fratello ricompare! Gli dice di prendere armi e munizioni, di seguirlo e soprattutto di non dire niente a nessuno, insomma le classiche cose che si dicono nei film in queste situazioni: mancava solo un “Non c'è tempo per spiegare” e sarebbe stato perfetto.

I due fratelli si dirigono alla casa in cui Victor, ora assetato di vendetta, è stato imprigionato e torturato durante gli ultimi 2 anni. E chi abita in quella casa? Indovinato! La stessa famiglia del '35, invecchiata ma non poi così tanto..
Ovviamente il povero Vic vorrebbe farli tutti fuori nel giro di cinque minuti, ma quella palla al piede di suo fratello Evan, che è il buono e virtuoso della situazione, glielo impedisce ripetutamente, anche perché si è già innamorato della ragazza 17enne-da-sempre (e poi dicevano di Edward Cullen...).
Lì già iniziavano a girarmi: ma come, ricompare tuo fratello dato per morto da due anni, terribilmente ferito, e non vuoi massacrare le persone che l'hanno ridotto così? Ok che io non sono buona e virtuosa, ma non capisco proprio perché mettere una personalità da principe Disney in un film horror. Sarà stata anche una deformazione professionale, forse: il nostro “fratello buono” infatti è paramedico, e durante il corso del film lo vedremo in preda a una specie di tic nervoso che lo porta a voler curare praticamente ogni personaggio (anche quelli che non stanno male, possibilmente) e persino a rischiare la vita per portare le medicine a uno dei componenti della famiglia di “cattivi”. Ultimo ma non meno importante lato fastidioso di Evan: è dotato di un'unica espressione, ovvero la preoccupato-stupito, solitamente tipica dei personaggi buoni che non si capacitano di come possano accadere così tante cose cattive proprio davanti ai loro occhi!
Bene, a questo punto vi chiederete: cosa c'entra la famiglia del 1940 con i due fratelli? Presto detto: la famigliola, una volta capito che l'inviato nazista non era uno storico ma una specie di stregone che voleva usare il loro sangue per resuscitare i morti, ha tentato di ribellarsi, ma dato che lui ormai era troppo potente non sono riusciti a sbarazzarsene, e per di più lui gli ha lanciato una maledizione per cui non invecchiano mai (ecco perché dopo quasi 80 anni hanno ancora la stessa età). L'unica cosa che riescono a fare per sfuggirgli è procacciargli dei poveri disgraziati che lui usa come pasto, mentre loro se ne stanno barricati in casa protetti da una runa che l'ormai-zombie non può superare.

Tutta la faccenda dei vari rituali è molto deboluccia e confusa: ogni tot scene saltano fuori nuovi passaggi a cui prima non si era neanche vagamente accennato, come se fossero stati aggiunti successivamente per riempire dei buchi nella trama.
Scopriamo tutto a un tratto che Wirth (il nazi-zombie) sta attendendo una serata di luna piena per farsi crescere un terzo occhio (???), grazie al quale avrà il potere assoluto (????). E guarda caso, la serata giusta è proprio questa! Poi salta fuori che nel capannone è custodita una sorta di armatura fatta con le ossa degli antenati di Wirth e indossandola gli si è immuni (?????).
Insomma, tanti spunti, tante idee ma nessuna sviluppata appieno: tutto quello che vediamo è lo stregone che resuscita un numero imprecisato di persone e animali (e basta, abbiamo capito che è capace!) ogni volta ripetendo il rituale con la voce cavernosa. Possiamo dire che un buon 50% delle battute del film sono costituite da tale rituale ripetuto ancora e ancora e ancora.
Comunque le cose cominciavano a mettersi male per i nostri protagonisti, Fassbender si era fatto un bel bucone in fronte per accogliere il suo nuovo occhio che prontamente era arrivato e bisognava trovare un modo per sconfiggerlo.

blood creek, nazizombie, film, michael fassbender, horror
Aspettando il terzo occhio


 “Come me la cavo?” si sarà chiesto lo sceneggiatore.
Ideona: facciamo che se beve il suo stesso sangue muore!

E qui boh.. sono rimasta basita! Perché mai uno dovrebbe nutrirsi di sé stesso? Mica se una sera ho voglia di bistecca mi stacco un polpaccio e lo faccio alla griglia?! O qualcuno ha mai visto film di zombie che si auto-scarnificano, lupi mannari che si sbranano l'uno con l'altro, vampiri che si dissanguano tra di loro.. Non so, è un'idea così stupida che mi pare sottinteso che non sia produttivo mangiare sé stessi. Perciò bisognava trovare un espediente per fare in modo che Wirth ingollasse il proprio dna e morisse.
Entrano in scena due elementi: il fratello buono pronto a sacrificarsi (ecco a cosa serviva il personaggio virtuoso!) e l'armatura di ossa di cui sopra.
Evan finge di darsi in pasto al mostro ma dentro i tagli preparati per far fuoriuscire il sangue cosa ci versano? Un po' di ossa-di-antenato polverizzate (ma non doveva bere il proprio sangue per morire? Vabbè..) Inutile dire che lo zombone ci casca in pieno, nonostante da uno con tutti i suoi poteri mi aspettassi come minimo un po' di chiaroveggenza (scusa, il terzo occhio che te lo sei messo a fare?) o un olfatto sopraffino, non lo so, qualcosa del genere!
Una volta morto lui muore anche tutta la famigliola, ormai liberata dall'incantesimo e quindi invecchiata per bene, e via, tutti felici e contenti.
Non tutti però! Mentre Victor è tornato da moglie e figli, Evan pensa bene di andare in giro per l'America a cercare le altre famiglie che a loro tempo erano state visitate dai nazisti-stregoni. Indovinate che simbolo formano quelle città se unite sulla mappa? Ma bravi, una svastica! Non so bene perché gli americani si approccino ai nazisti come se fossero stati solo una specie di setta inventata, ma la cosa mi destabilizza e soprattutto spero che questo finale “aperto” non voglia significare un “Blood Creek 2”.

blood creek, finale, ending, svastica, film, horror, nazizombie
Banale


Lati positivi? Qualcuno ce n'è, la fotografia è bella, la musica è bella, gli effetti speciali sono fatti bene, gli attori recitano bene, a parte il fratello perennemente stupito (mi ha fatto un po' tenerezza vedere il buon Fassbender impegnarsi tanto per una boiata del genere, ma quando uno è un professionista..), insomma l'approccio generale era quello da “film serio”, peccato che l'approccio non sempre garantisca il risultato...

lunedì 24 giugno 2013

L'Uomo D'Acciaio (2013)

Per dimostrare sin da subito le mie buone intenzioni, comincerò elencandone i pregi:
- Michael Shannon è un ottimo attore ed il suo generale Zod convince come pochi altri prima di lui.
- La colonna sonora di Hans Zimmer raggiunge dei picchi incredibili.
- Ammazza quanto son diventati bravi gli addetti agli effetti speciali di Hollywood!
- Fotografia incredibile, soprattutto nel primo tempo del film.
Ok finito. E' il momento di passare ai difetti.
- La sceneggiatura. 
Dopo 5 minuti dall'inizio del secondo tempo non facevo altro che chiedermi perchè non mi fossi ancora alzato per andarmene dal cinema. Mi son detto: “ormai ho pagato il biglietto, guardiamo sta porcata fino in fondo e poi almeno potrò farne una recensione completa”. Quanto segue sarà pieno di spoiler ma non me ne preoccupo: non dovete vedere questo film. L'ho scritto piccolo? Ripeto: NON DOVETE VEDERE QUESTO FILM!
Chiaro? Vado avanti? Ok.
Il film comincia con gran scene evocative. Continui flashback e flashforward che ci spiegano cos'è accaduto a krypton, come e perchè. Mi ha ricordato Avatar e già dal quel momento esplodeva troppa roba per i miei gusti ma vabbè, glielo concedo, stavano narrando la distruzione di un pianeta.
Poi si arriva al giovane Clark Kent. Bell'uomo, palestrato, occhi azzurri, faceva il suo porco effetto. Ok avrebbe potuto anche andare a scuola di recitazione un giorno in vita sua ma sapevo che sarebbe stato chiedere troppo quindi accetto il bamboccione così com'è e continuo a vedere che combina. Ed eccolo che si fa umiliare da un alcolizzato mentre fa da barista in una locanda. Sta zitto, reprime i nervi, si fa versare birra in testa ma non reagisce, non lo picchia. Grande, così si fa, questo è Sup....ehi, un momento, ma davvero appena il tizio esce in strada si ritrova il camion distrutto? Cioè due schiaffi non glieli dai ma in compenso gli procuri danni alle proprietà per migliaia di dollari distruggendo l'unica cosa che permetteva allo sfigato di campare? Cacchio Clark, sei proprio un birbantello.
Poi ecco di nuovo il flashback con il sempre scarso Kevin Costner che dice al figlio di non intervenire di fronte ai drammi umani. Gli insegna che sarebbe meglio lasciar morire la gente e per dimostrarglielo si sacrifica di fronte ad un tornado accertandosi che Clark lo guardi morire senza far niente. Un momento così bello che d'un tratto mi son ricordato di non essere ancora andato in bagno per bene oggi.
Purtroppo finisce il primo tempo e con esso la parte migliore del film. Luci, pausa, si ricomincia.
Nel secondo tempo succedono tante e tali cose da richiedere ore per descriverle ma cercherò di affidarmi al dio della sintesi coadiuvato da un redivivo futurista della scrittura:
BOOM SCRACK SCIAF KABOOOOOOM BANG BANG BANG BOOOOM MICHAEL BAAAAAY BOOOOOOOOM Superman lascia morire un sacco di gente mentre fa il figo con Lois Lane KATABOOOOOM BANG SCIAF BANG BANG BOOOOOOOOM esplode una città con milioni di abitanti ma non si vede una goccia di sangue BANG BANG BANG BOOOOM alla fine Superman è costretto ad uccidere il cattivo (come, Superman uccide?, roba che quando accadde nel fumetto ci mise tre anni di storie per riprendersi dal trauma mentre qui a fine film già se la ride?) che è così cattivo ma così cattivo che sta per uccidere con il suo sguardo di fuoco una famigliola di benestanti che per qualche motivo non era ancora morta a causa dei palazzi che persino Superman ha contribuito a distruggere.
Titoli di coda, tutti sono felici perchè adesso è arrivato Gesù Cristo a proteggerci.
Bene gente, vi ho mai parlato male del film su Elektra? Sono disposto a rivederlo altre dieci volte se in cambio mi togliete il ricordo di questa monnezza dalla testa.
-Zack Snyder ti odio. Ti odio nel profondo. Sei la cosa peggiore che sia nata in dall'industria cinematografica americana negli ultimi dieci anni e non stiamo parlando proprio di una fucina di intellettuali. 300 era uno spot elettorale di Casa Pound, Watchmen è stato defraudato del suo finale per venir condito con la tua schifosa ideologia fascista e Sucker Punch è pornografia. Quello che tocchi nel migliore dei casi lo peggiori, mentre nei casi più estremi …........perchè mi hai fatto questo? 
Morale: non credete a chi vi parlerà bene di questo film. Se vi va bene è un bastardo che vi sta per tirare il peggior scherzo della vostra vita.
P.S.
Dovrei aprire una parentesi sugli altri attori del film ma riassumerò dicendo che a parte il sopracitato Shannon, il miglior attore è Russel Crowe....non sto scherzando!

[Questa recensione non è stata scritta da me bensì dal mio amico Giovanni Galli. Era troppo bella per non volerla sul mio blog!]

sabato 1 giugno 2013

A Dangerous Method (2011)

Sembra impossibile eppure lo sto facendo: mi sto accingendo a parlare male di un film col mio amato Viggo Mortensen. Parzialmente male in realtà, visto che “A Dangerous Method” non è un vero filmaz con la effe maiuscola: il tema centrale non l'ho trovato particolarmente interessante, dato che sinceramente non me ne può fregare di meno di sapere se davvero Jung andasse a letto con la Spielrein e tanto meno se praticassero del sadomaso, ma quello è un problema mio. Il film è fatto bene e le parti storiche che si inseriscono nella trama come l'amicizia con Freud e l'incontro tra Jung e Otto Gross (figura molto interessante e interpretata magnificamente da Vincent Cassel) valgono senz'altro una visione.
Qual è quindi la nota stonata che mi porta a parlare qui di questo lungometraggio? Presto detto, in un semplice nome e cognome: Keira Knightley, “dettaglio” decisamente influente dato che è la protagonista femminile e il perno intorno a cui si svolge tutta la faccenda.
Sì lo so già cosa state pensando, neanche fossi una chiromante: “Ecco la solita ragazza che parla male delle attrici giovani e belle perché è invidiosa, perché lei non sarebbe capace, perché vorrebbe essere al suo posto e bla bla bla”. E invece no cari miei, perché a me Keira Knightely non dispiace, anzi mi sta pure simpatica. Si fa i fatti suoi, fa il suo lavoro, non ci rompe le palle con la sua vita privata, non si dà particolari arie, per anni è stata tacciata di anoressia e lei poverina a spiegare che no, è davvero così di natura (eh come ti capisco) e soprattutto non ha le tette e fa cambiare i poster promozionali in cui gliele aumentano con photoshop. Come potrei odiarla? Fra l'altro quando vuole è anche brava, in “Domino” era calatissima nella parte e ci stava da dio, in “Sognando Beckham” era simpatica e in tutti gli altri film in costume a dire il vero non lo so perché non li ho visti, ma torniamo a noi.
Io capisco che non sia affatto semplice interpretare una persona che soffre di schizofrenia senza scadere nell'effetto “macchietta”, senza farla sembrare buffa o ridicola, ma in questo film Keira non ha recitato: hanno recitato la sua mascella e la sua dentatura. In alcune interviste ha dichiarato di essersi preparata per la parte andando a visitare degli ospedali psichiatrici, a vedere delle persone che davvero sono affette da questa malattia, ma secondo me si è sbagliata e invece è andata dal dentista, perché la sua mandibola è protagonista assoluta della prima mezz'oretta di film. Dopo, quando Sabina inizia a guarire e quindi si comporta in modo meno estremo, i denti lasciano il posto a sbattimenti di palpebre a non finire e sospirini vari, ma è anche vero che non ci si fa molto caso perché a quel punto il peggio è passato e si prova un misto di rassegnazione per la mancata riuscita dell'intento e di contentezza per il ridimensionamento della recitazione.
Bisogna ammettere se non altro che il film non cerca di ingannarti e parte subito con la scena in cui portano Sabina alla clinica: un bel primo piano di Keira e del suo mento che urlano nella carrozza. Oltretutto fa delle facce che ricordano immensamente il bando animato di Sirius Black quand'è ricercato ne “Il Prigionerio di Azkaban”, per dirvi. E quindi tu spettatore sei stato avvertito, te lo dicono cosa vedrai per almeno mezz'ora, ma tu impavido vai avanti: magari è stata una mia impressione, magari le è venuta male sta scena, e poi c'è Viggo Mortensen.. dai ha anche preso lezioni di scrittura per imitare al meglio la calligrafia di Freud, potrò non guardarlo?
Convinto procedi, e guardi lei fare la spastica durante il primo incontro con Jung e fare la ancora più spastica durante la prima seduta di psicanalisi. In alcuni momenti ho fatto fatica a non distogliere lo sguardo perché sembra davvero che il mento le scappi via, sembra.. una posseduta. A quel punto scatta il tentativo di giustificazione: beh, in effetti per lungo tempo, quando le malattie mentali non erano neanche vagamente contemplate, le persone che ne soffrivano venivano accusate di possessione demoniaca, quindi forse lei fa bene a dare questa interpretazione. Invece no, non fa bene, perché sarà anche vero che gli schizofrenici sembravano assatanati però l'effetto finale è buffo, specie in un film in cui tutti gli altri personaggi sono estremamente misurati e recitano con pochissimi gesti. Ok lei era malata, i malati non si controllano, però no, il risultato è buffo e imbarazzante lo stesso. Probabilmente è una di quelle cose che susciterebbero ilarità anche vedendo un malato “vero”, solo che in quel caso conoscendo la causa il lato comico viene ovviamente accantonato; vedendolo in un film, e sapendo che la persona non sta male davvero, perde la percentuale tragica e rimane solo quella “comica”. Questo forse non è il modo giusto di rappresentarlo cinematograficamente, sarà anche il più vicino alla realtà ma l'impatto non è dei migliori: paradossalmente la rappresentazione più realistica diventa la meno credibile. Inoltre, a costo di sembrare arrogante, dico che non si può mettere un'attrice così famosa a fare una parte così specifica. La vedi e per tutto il tempo non pensi al personaggio, a quello che ha passato, pensi solo “Guarda Keira Knightley che fa la pazza; guarda Keira Knightley che si muove da spastica; guarda Keira Knightley che recita coi denti”.
Come già detto, durante la seconda parte il tutto diventa molto più normale anche perché la Spielrein guarisce e non ha più quegli attacchi, ma prima ci regala un ultimo picco di ilarità durante una scena che invito tutti ad andarsi a cercare perché vale la pena. Mi riferisco alla prima volta che Jung la sculaccia: già il tema di default rende difficile rimanere seri, è un'altra di quelle cose che viste fanno sempre ridere, ma poi la sua faccia: concentratevi sulla faccia, su come sbatte quelle palpebre, su come trema la mascella in un misto di shock ed eccitazione. So farne un'imitazione perfetta ma purtroppo non riesco a fornire una descrizione altrettanto buona, per questo dovete assistere in prima persona!
Concludendo posso solo dire che per me questo è un film mal riuscito, ma di quelli che ti lasciano l'amaro in bocca perché avrebbero potuto venir fuori meglio, e invece nel mio immaginario “A Dangerous Method” sarà sempre simboleggiato dall'arcata dentaria della Keira.
In ogni caso, se vi interessa il tema potrebbe piacervi “Prendimi l'Anima”, che tratta praticamente la stessa storia ma con un'atmosfera meno patinata e un'attrice meno esagerata.